Telefono

(+39) 328 6336939

Orari dello studio

LUN-VEN: 9:00-18:00

Dove ricevo

in Abruzzo e Molise

Approfondimenti

  • Home
  • / Ipertrofia Prostatica Benigna (IPB)

16 marzo 2026

Definizione e meccanismi patogenetici

L’Ipertrofia Prostatica Benigna (IPB) è una condizione patologica a carattere evolutivo, caratterizzata da un aumento del volume della prostata secondario a un processo di iperplasia non neoplastica delle cellule epiteliali e stromali, con particolare coinvolgimento della zona periuretrale. Tale crescita può interferire con il normale deflusso urinario determinando una ostruzione progressiva delle basse vie urinarie.

La patogenesi è multifattoriale e riconosce come elementi centrali gli squilibri ormonali legati all’invecchiamento (in particolare l’influenza del DHT) e fattori ambientali o dietetici.

L’IPB è altamente prevalente: circa l’80% degli uomini sviluppa un certo grado di iperplasia dopo i 50 anni, ma solo una quota (30–60% degli over 65) presenta sintomi clinicamente significativi. La presenza di familiarità, la sindrome metabolica, la sedentarietà e un’alimentazione ricca di grassi saturi costituiscono fattori predisponenti.

Sintomatologia e progressione

I sintomi legati all’IPB rientrano nei cosiddetti LUTS (Lower Urinary Tract Symptoms), suddivisibili in due categorie:

  • Ostruttivi: flusso urinario debole, difficoltà nell’iniziare la minzione, esitazione, sgocciolamento post-minzionale, sensazione di svuotamento incompleto.
  • Irritativi: pollachiuria, nicturia, urgenza minzionale.

Con la progressione della malattia, la vescica, inizialmente in grado di compensare l’ostruzione mediante ipertrofia del detrusore, può andare incontro a sfiancamento, con riduzione della sua contrattilità e comparsa di residuo post-minzionale elevato, ritenzione urinaria acuta o cronica e infezioni urinarie ricorrenti. In stadi avanzati, si può giungere alla necessità di cateterismo permanente.

Diagnosi: ruolo dell’urologo e strumenti clinico-strumentali

Il percorso diagnostico inizia con un’anamnesi dettagliata e la compilazione dell’IPSS (International Prostate Symptom Score), che consente di quantificare oggettivamente l’intensità dei sintomi. L’esplorazione rettale digitale fornisce informazioni preliminari sul volume e sulla consistenza della ghiandola, utile anche per escludere neoplasie.

Strumenti diagnostici fondamentali includono:

  • PSA (Prostate Specific Antigen): utile nel sospetto differenziale con carcinoma prostatico, anche se influenzato da IPB, infezioni o manipolazioni.
  • Ecografia addominale e transrettale: consente una valutazione precisa del volume prostatico, della morfologia dell’adenoma e della presenza di aree sospette.
  • Uroflussometria e studio urodinamico: analizzano il flusso urinario e la funzionalità detrusoriale, stimando il grado di ostruzione e la presenza di residuo post-minzionale.
  • Esame delle urine: per escludere infezioni urinarie o microematuria.

Gestione terapeutica: dalla farmacologia alla chirurgia mini-invasiva

L’approccio terapeutico mira a ridurre la sintomatologia, prevenire le complicanze e migliorare la qualità di vita. Si va dalla sorveglianza attiva (watchful waiting), indicata nei casi lievi, fino alla chirurgia.

Le principali terapie farmacologiche includono:

  • Alfa-litici (tamsulosina, silodosina): rilassano la muscolatura liscia del collo vescicale e della prostata.
  • Inibitori della 5α-reduttasi (finasteride, dutasteride): riducono il volume prostatico nel tempo agendo sull’ormone DHT.
  • Fitoterapici (Serenoa repens): efficacia limitata, spesso usati nei casi lievi.
  • Opzioni aggiuntive: β3-agonisti, anticolinergici, PDE5-inibitori in casi selezionati.

Nei casi non responsivi alla terapia medica o con complicanze (ritenzione urinaria, infezioni ricorrenti), si considerano interventi urologici. Le opzioni “gold-standard” includono TURP o tecniche di enucleazione con laser (HoLEP, ThuLEP), efficaci ma spesso associate a effetti collaterali significativi (eiaculazione retrograda, disfunzione erettile).

Più recentemente, sono emerse tecniche di Mini‑Invasive Surgical Therapies (MIST), che puntano a preservare la funzione sessuale e ridurre i tempi di recupero. Tra queste si annoverano Rezūm, Urolift, embolizzazione delle arterie prostatiche e TPLA (Transperineal Laser Ablation).

Tecniche Mini-Invasive: focus sulla TPLA

Tra le soluzioni mini-invasive, TPLA (Transperineal Laser Ablation) rappresenta una delle più promettenti innovazioni. Questa metodica utilizza un laser a diodi (generalmente a 1064 nm) introdotto per via transperineale sotto guida ecografica. Il laser induce una necrosi coagulativa controllata del tessuto prostatico, preservando le strutture nervose e uretrali.

Vantaggi clinici della TPLA

  • Procedura ambulatoriale o in day-hospital
  • Ridotto rischio di eiaculazione retrograda e disfunzione erettile
  • Tempi di recupero rapidi
  • Elevata tollerabilità

Diversi studi clinici hanno dimostrato miglioramenti significativi dei parametri IPSS, QoL, Qmax e residuo post-minzionale, mantenuti nel tempo (fino a 5 anni di follow-up). La funzione sessuale è conservata in oltre il 95% dei pazienti. Il tasso di complicanze è contenuto e, sebbene il miglioramento del Qmax possa essere inferiore rispetto alla TURP, il rapporto rischio-beneficio è molto favorevole nei pazienti selezionati.

Conclusioni

L’IPB rappresenta una patologia ad alta incidenza nella popolazione maschile, con un impatto significativo sulla qualità di vita. L’urologo ha un ruolo chiave non solo nella diagnosi precoce e nel monitoraggio clinico, ma soprattutto nella personalizzazione della terapia, in base al profilo sintomatologico, funzionale e alle aspettative del paziente.